Ci parli del tuo ragazzo? Di come vi siete conosciuti, della vostra storia? Sei bellissima gnew 😽

Anonimo

adessodovesei:

conlaltamareaneglisguardi:

la prima volta che l’ho visto era a settembre, ad una premiazione della mia scuola.
l’ho visto che camminava e rideva, con quei due buchi nelle guance e quel sorriso lì, quello che ti resta dentro.
era abbronzato, biondo, la camicia bianca incollata al petto, gli occhi così verdi.
mi è piaciuto subito. 
ho pensato fosse americano e che era in visita nella nostra scuola.
poi me ne sono dimenticata.
un giorno l’ho rivisto, ci siamo guardati, era sul mio piano.
lentamente ho scoperto chi fosse, il nome, l’anno, gli interessi.
poi me ne ridimenticai.
un giorno mi è tornato in mente e ho deciso di aggiungerlo su facebook, lui mi ha accettata e ha iniziato a mettere mi piace ad alcune mie foto.
poi mi ha fatto gli auguri, mi ha aggiunta su instagram e io ho fatto lo stesso.
tutto ciò nell’arco di quattro mesi, mesi in cui io nemmeno pensavo a lui, se non raramente.
poi mi ha scritto.
da lì abbiamo iniziato a sentirci tutti i giorni, a parlare nel cortile, a salutarci, a passare casualmente davanti la classe dell’altro, a guardarci di nascosto.
un paio di settimane dopo mi ha chiesto di uscire.
due caffè, un tavolino e una chiacchierata di tre ore: lui mi parlava dell’università che avrebbe voluto prendere, dei suoi viaggi, degli interessi e delle persone che avevamo in comune ed io mi stringevo le mani sotto al tavolo per non mordermi le labbra.
e ogni volta che rideva pensavo “ti prego copriti la bocca o te la bacio qui, ora, a questo tavolino”.
poi c’è stato un attimo in cui ci siamo avvicinati, mi doveva far vedere una cosa al telefono, e la testa ha iniziato a ronzarmi. 
sentivo il suo profumo, la sua voce, il suo respiro troppo vicini.
per fortuna si è staccato in fretta.
dopo un po’ abbiamo deciso di tornare.
ci siamo avvicinati alla sua moto, io ho detto qualcosa di stupido, ho riso, lui ha risposto velocemente, ha riso.
poi si è messo una mano nei capelli, ha corrugato la fronte e ha socchiuso gli occhi come fa lui.
in quel momento non sapevo che sarebbe stato uno dei suoi piccoli gesti a cui mi sarei affezionata.
mi ha guardata.
ha fatto per baciarmi sulla guancia, ha indugiato, il cuore ha iniziato a battermi, gli ho dato l’altra guancia, sorvolando le labbra, ho pensato “si baciano entrambe di solito”, ma dopo la seconda guancia per tornare indietro c’erano di nuovo le labbra e lui si è fermato, mi sono fermata anch’io.
poi le labbra hanno iniziato a correre ed è stato bellissimo.

Piango

Racconta di un momento triste con il tuo ragazzo :)

Anonimo

conlaltamareaneglisguardi:

erano quattro giorni che stavo al mare da lui, ed era meraviglioso.
ogni sera avevamo preso l’abitudine di fare lunghe passeggiate in riva al mare, vicino alle barche e poi di andarci a rintanare in una piccola stanza a cielo aperto vicino a un castello, a strapiombo sul mare, dove non andava mai nessuno.
la quarta sera mi ha preso e mi ha detto “sta sera voglio che troviamo un angolino solo nostro, dove non ci può raggiungere nessuno e parliamo.”
lo facevamo ogni sera, senza dircelo, senza sottolinearlo, per questo mi ha spaventato.
ho fatto finta di nulla, gli ho sorriso.
dopo un po’ me lo ha ridetto.
lo stava sottolinenando.
come se dietro ci fosse qualcosa di più importante, qualcosa che mi doveva dire.
mi ha preso per mano e mi ha detto “scegliamoci uno scoglio, uno il più lontano possibile.”
ho iniziato a camminare in punta di piedi sugli scogli, il mare sempre più violento nelle orecchie, il cappuccio della felpa tirato su, si gelava.
freddo e paura.
paura e freddo.
ho pensato a tutte le cose che avrebbe potuto dirmi, ho pensato alle peggiori, ma non ho pensato all’unica a cui sarei dovuta arrivare prima.
ci siamo seduti.
silenzio.
era lui che doveva parlare, io dovevo ascoltare.
mi ha abbracciato forte e mi ha detto “stenditi.”
ho messo la testa sul suo petto e ho guardato le stelle, ho sentito il battito del suo cuore che trapassava il golf ed entrava nelle mie orecchie.
ha respirato piano accarezzandomi i capelli e poi, ha parlato.
"ti ricordi che tempo fa avevo fatto una domanda di iscrizione all’università di londra?"
"sì" ho bisbigliato.
"mi hanno preso."
ho sentito la pancia contrarsi, un pugno nello stomaco, nelle ossa, nei polmoni.
ho pensato che se mi avesse sparato avrebbe fatto meno male.
"solo che non sono più tanto sicuro, prima sarei partito all’istante, avrei fatto i salti di gioia, ora non è così ed è diciamo, sia per colpa sia grazie a te.
appena l’ho saputo mi sono informato sugli aerei e gli aeroporti nelle due città in cui potrei andare, e ci metteremmo poco ad arrivare, io so che potremmo riuscirci. poi se l’aereo lo paghi in anticipo arriva a costare fino a 20 euro e se io andassi lì potremmo provarci, verrei qui il prima possibile, mi troverei subito un lavoro e risparmierei per te, per noi, ci proverei. e poi ad ogni festività potrei venire qui, ogni motivo sarebbe buono, solo che non lo so più se voglio andare. ora ci sei tu. è diverso.”
non dovevo piangere, questo momento l’avevo immaginato tante volte, ma l’avevo scacciato pensando non sarebbe arrivato.
non dovevo piangere, ma le lacrime uscivano.
lui non se ne era accorto e non doveva.
ho preso un bel respiro, la voce non doveva incrinarsi.
"tu devi fare ciò che è meglio per te, per il tuo futuro.
non posso bloccarti qui, non posso trattenerti.
sai che lo farei, che se potessi ti legherei e non ti lascerei andare da nessuna parte, ma la decisione è tua, io non posso influenzarla.
edo, io non posso influenzare il tuo futuro.”
mi ha accarezzato una guancia.
ha sentito che piangevo.
mi ha preso il volto con le mani.
"guardami. sara, ti prego, guardami."
"no, sono brutta, aspetta, no."
"guardami."
ho acciuffato un fazzoletto, l’ho guardato, ho farfugliato qualcosa, mi ha soffocato con le braccia, ho pianto più forte sul suo golf azzurro.
ha pianto anche lui.
mi ha detto “camminiamo, andiamo lì sopra e ne parliamo.”
siamo stati in silenzio tutto il tragitto, io che cercavo un pensiero felice per non piangere, ma non ne avevo e allora continuavo, in silenzio.
il mio unico pensiero felice stava per andarsene, senza di lui sarei sprofondata nel buio. di nuovo.
e avevo paura.
perchè senza di lui non sarei stata niente, mi sarei persa, sarebbe tornato tutto scuro come prima e non avrei resistito.
siamo arrivati al nostro posto e ci siamo seduti.
ha iniziato a promettermi tutto ciò che poteva promettermi, era così sicuro, così convinto che ce l’avremmo fatta.
"però tu parlami, ti prego, parlami." mi ha chiesto.
"io non so cosa dirti. io so che ho paura, che non ho mai creduto nelle storie a distanza, ma per te posso iniziare a farlo, perchè io ti amo e lo so che non te l’ho mai detto, ma io ti amo edoardo, amo il modo in cui mi guardi, amo il modo in cui cammini, amo quando corrughi la fronte, amo la tua barba, amo il modo in cui mi prendi in braccio, amo anche quando mi prendi in giro e mi fai il solletico, e so che sarà difficile, perchè lo sarà, ma penso valga la pena provarci."
"ti amo Sara, ti amo. e ci credo. ci credo perchè ora come ora non posso immaginare la mia vita senza di te, io non posso. non posso andarmene senza sapere che ci sei tu, che sei dalla mia parte, perchè senza di te non sarei riuscito ad affrontare tutto ciò che mi è successo nell’ultimo periodo, perchè mi hai sempre aiutato e sostenuto e ti voglio al mio fianco. io ci credo. questo è un obiettivo, è una prova, una gara, chiamala come ti pare. beh io voglio vincerla, voglio raggiungere quest’obiettivo. ma tu devi crederci con me. perchè se ci prefissiamo un obiettivo, lo facciamo solo per raggiungerlo. sennò non ha senso."
"io..io ci credo. te lo giuro. ci credo. anche perchè non ho alternative, io ti amo."
mi ha preso e mi ha iniziato a baciare dappertutto, mi sollevava e rimetteva giù, cercava di farmi ridere e di dirmi che ero bellissima, anche con le guance imbrattate di nero e gli occhi rossi. 
mi ha tenuto la mano e non l’ha lasciata più, ha ricominciato a parlare, a fare progetti, a mostrarmi in quanti ci erano riusciti e vedevo nelle sue parole, nelle sue labbra impazienti di aprirsi, nel suo gesticolare una forza, una sicurezza, una fiducia che in lui non avevo mai notato prima.
lui ci credeva davvero.
lui mi amava.
e io avrei accettato l’idea, le difficoltà, i problemi che sarebbero arrivati, perchè prima o poi arrivano e ce l’avremmo fatta.
insieme.
perchè mi ero innamorata e non avevo scappatoie.
non c’erano soluzioni.
quella notte mi addormentai tra le sue braccia, ma quando aprii gli occhi era quasi mattina e lui era nel suo letto.
ho visto la bellezza di un paio di labbra rosse su un cuscino bianco, la purezza di due occhi chiusi, al riparo, la meraviglia della mattina che si riflette in qualche ciuffo biondo e qualche ciuffo castano.
e ho pensato che quello sarebbe stato uno degli ultimi momenti in cui l’avrei avuto così tanto per me, che la vita andava avanti e non potevo fermarla, ma che se avessi potuto, l’avrei fatto.
ho pianto ancora, involontariamente.
perchè era troppo bello, perchè era troppo coraggioso, perchè era troppo mio e avevo paura che si sarebbero accorti presto di che uomo stava diventando e me lo avrebbero strappato dalle mani.